Parlando del periodo postcomunista, il «nostro» racconterebbe che la religione fu riabilitata negli anni Novanta, con la riapertura delle poche chiese e moschee sopravvissute, e la costruzione ex novo di molte altre e che, insieme alle religioni tradizionali, fecero la loro comparsa altre insolite religioni (circa 60) come i mormoni, i testimoni di Geova, i baha’j, i battisti, gli avventisti del settimo giorno, gli scientologisti, ecc., di cui non se n’era mai sentito parlare. Per concludere magari che gli albanesi, lungi dal frequentare massicciamente i luoghi di culto, sono più attratti da altri universi simbolici del mondo occidentale, percepito come luogo dei consumi, del lusso e in generale di quei divertimenti che alle religioni non vanno tanto a genio.
Si tratta, ovviamente, di constatazioni superficiali ma non errate nel loro insieme, che comprendono in sostanza i due elementi che la rappresentazione collettiva associa alla religiosità degli albanesi: una sorta di indifferenza nei confronti della religione in generale, e la straordinaria tolleranza verso il credo religioso altrui. Una rappresentazione forgiata nella fucina dei miti storiografici creati e promossi nel XIX secolo, quando l’identità nazionale stava prendendo forma, e diventati ormai inerenti, come se esistessero dall’eternità.
La presunta spassionatezza con la quale gli albanesi si accostano alla religione, per esempio, si può spiegare guardando al rapporto della religione con il movimento nazionalista. Paese cristiano fin dall’antichità, passato sotto la giurisdizione di Costantinopoli con la divisione dell’Impero Romano, l’Albania inizia la sua parziale conversione all’Islam al XVI secolo, dopo l’invasione turca. L’asprezza del territorio e la resistenza all’invasore favoriscono la conservazione delle tradizioni locali: la regione delle montagne, al nord, diviene la roccaforte delle minoranze cattoliche e al centro-sud sopravvivono vaste aree cristiano-ortodosse. Lo stesso Islam albanese è connotato da una divisione interna, dovuta all’esistenza di due comunità: la maggioranza sunnita e la minoranza appartenente all’ordine derviscio dei bektashi. Quest’ultimo costituisce un esempio molto importante della via sincretistica all’islam che si diffuse in molti paesi dell’area balcanica permettendo ai ceti popolari di conservare, in parte, la loro identità socio-religiosa, celandola dietro forme di devozione proprie della tradizione delle confraternite mistiche, tollerate dall’islam ufficiale. Dal punto di vista religioso il paese risultava quindi diviso in tre zone: il nord composto da musulmani e cattolici; il centro, con una popolazione nella maggior parte musulmana; e il sud, diviso tra ortodossi e musulmani. Come si poteva costruire una nazione unitaria con un siffatta divisione religiosa? Le identità religiose erano talmente sentite come identità sociali, che gli stessi «padri» della Nazione, gli intellettuali di Rilindja (il Rinascimento) , avvertirono la necessità di definire una scala di valori in cui il nazionalismo costituisse l’identità primaria di ogni albanese a prescindere dal credo religioso.
Dalla fine del XIX secolo l’obiettivo del nazionalismo albanese divenne quello di sminuire il ruolo delle identità religiose e la costruzione di un’identità fortemente etnocentrica che poggiasse sugli elementi comuni alla memoria storica (il mito di Skenderbeg, l’eroe nazionale che combatté gloriosamente i turchi, e la discendenza dalle antiche popolazioni illiriche). Come ha scritto lo studioso Morozzo della Rocca, “…sul terreno del nazionalismo le religioni albanesi non incontravano solo un rilevante fenomeno culturale e sociale con cui misurarsi, bensì una vera e propria religione alternativa e una fede concorrente” .
La facilità con la quale le differenze confessionali furono accantonate per evitare che le religioni rallentassero il processo di formazione dello Stato-nazione, fu possibile per la peculiare situazione di frammentazione del corpo sociale operato dall’occupazione, e la relativa tolleranza verso le diverse religioni che caratterizzava l’Impero ottomano interessato, più che a un’adesione convinta e profonda ai precetti del Corano, all’obbedienza e al servizio reso all’Impero.
Sacrificata alla virulenza del nazionalismo e dell'albanismo, la coscienza religiosa degli albanesi giunse indebolita all'impatto con l’esperienza statuale. Dapprima, negli anni Trenta, il regno di Zog I promosse una laicizzazione spinta della vita pubblica, che privò le comunità religiose di una giurisdizione propria, delimitando il loro ruolo in quello che concerneva la missione spirituale. Ma il peggio si ebbe con l’instaurazione del regime comunista, durante il quale si operò per una totale «distruzione del sacro» messa in atto con la violenza istituzionale e la propaganda attiva contro i dogmi religiosi e la mentalità idealista. Questa seconda, triste esperienza, può aiutare a capire perché, a quasi due decenni dal ripristino della liberta di professare liberamente la propria fede, gli albanesi si mostrano refrattari alla religione come esperienza sociale collettiva e organizzata, non avendo avuto, almeno per quanto riguarda le generazioni del dopoguerra, altra socializzazione religiosa tranne quella popolare acquisita al segreto delle mura domestiche.
L’altro mito, quello della proverbiale tolleranza religiosa, è il fiore all’occhiello dell’orgoglio nazionale. Riguardo a questo aspetto, dal più semplice cittadino sino ai rappresentanti religiosi e politici, è unanime l’affermazione che musulmani, cattolici ed ortodossi hanno a lungo convissuto insieme senza che alcun rischio abbia minacciato la loro convivenza, dando in questo modo un immagine perfetta e rassicurante alla comunità occidentale, all’interno della quale l’Albania rivendica l’appartenenza. E’ un fenomeno che ha sicuramente del vero, ma che viene messo a dura prova, specie nell’epoca attuale, quando si riaprono temi di carattere religioso «ad uso interno». L’erigere di una croce o la ricostruzione di una chiesa cristiana sono capaci di riaprire infinite discussioni e rivendicazioni. Gli ortodossi continuano ad essere bollati della «colpa» di condividere la fede dei nemici storici dell’Albania, greci e ortodossi, ritenuta peggiore dell’abiura. Lo stesso dicasi per i musulmani, accusati di essere incompatibili con l’Europa e con la modernità e accerchiati da una specie di islamofobia che di volta in volta invade il discorso pubblico facendo di loro dei responsabili che rovinano la reputazione dell’intero popolo albanese. Tutti indici che anche quest’altra specificità «etnica» è un mito da aggiornare, in quanto largamente dipendente dalle condizioni in cui le comunità religiose albanesi si sono trovate ad operare. Anzitutto bisogna tenere presente che sia il Cristianesimo, ma soprattutto l’Islam, si innestarono nella società albanese su usi e tradizioni preesistenti senza annullarli, giocando un ruolo secondario rispetto al senso di appartenenza socio-culturale e socio-linguistica. A lungo la parola di Dio in questo piccolo angolo dei Balcani occidentali è stata predicata, a una popolazione che versava in gran parte in condizioni di isolamento e miseria, da un clero dalla scarsa formazione intellettuale e religiosa, abituato spesso a proporre il messaggio religioso come un insieme di precetti più che un sistema di idee, e dalla scarsa intraprendenza missionaria. Il carattere non dogmatico dei credi professati e la coscienza della comune appartenenza etnica, mediata dalla lingua e dalle dimensioni del paese che facilitavano la conoscenza diretta, contribuì che non si coltivasse il fanatismo e l’intolleranza. Nel quotidiano il problema della diversità religiosa fu risolto facendo ricorso ad un istituto che si può chiamare di elusione, che si esprimeva evitando di fare riferimento al credo religioso dell’altro per non offendere la sua sensibilità, dato che l’argomento poteva diventare motivo per suscitare contrapposizioni e conflitti in cui esprimere la propria esuberante virilità o il proprio senso dell’onore. L’equilibro stesso delle varie comunità religiose si è retto proprio su giochi quasi ritualizzati di reciproca tolleranza che permettevano ad ognuna di competere senza poter tuttavia primeggiare sulle altre. Questo stato di cose facilitò il lavoro degli ideologi del movimento risorgimentale nel creare l’equilibrio interno spirituale nei credenti delle diverse religioni, per poi metterlo al servizio della questione nazionale. Questa realtà ebbe poi modo di consolidarsi sotto il regime comunista, le cui persecuzioni segnarono la sorte comune di tutte le comunità religiose, rafforzando ancora una volta la necessità di collaborazione e solidarietà.
I gravi problemi che la società albanese ha incontrato negli ultimi anni nel cammino verso la democrazia, pongono l’esigenza di compiere una revisione critica di tutti quei miti nazionalisti che creano una realtà virtuale distante dalla realtà sociale, e la loro spiegazione a partire da condizioni determinate storicamente. Da quanto detto precedentemente, si può ragionevolmente concludere che la mancanza di forti sentimenti religiosi tra gli albanesi può essere vero soltanto per una parte della popolazione, specialmente nell’epoca attuale, in conseguenza di vari decenni di ateismo di stato (almeno per quanto riguarda la pratica religiosa). Si può inoltre aggiungere che le distinzioni religiose tra gli albanesi siano sempre esistite e che, se non sono mai diventate un motivo di conflitto e di intolleranza, questo non è dovuto tanto ad una tradizione «secolare» degli albanesi, quanto al fatto che la religione non ha mai costituito nel Paese uno strumento politico di potere, dato che questo è stato di volta in volta incarnato da un’altra religione laica o da una ideologia. Lo sconfinamento della religione nella sfera privata, non è stato quindi una sorta di laicità ante litteram che avrebbe caratterizzato il popolo albanese, quanto un’imposizione dell’ideologia nazionalista fondata sul primato della razza, e alla quale il clero delle tre religioni tradizionali non ebbe la forza morale (e forse neanche la preparazione intellettuale necessaria) per rispondere con l’elaborazione di una dottrina ad alta influenza sociale come parte della divulgazione del messaggio religioso.
Abbiamo cercato di demistificare dei miti che certamente, è meglio ricordarlo, hanno adempiuto ad una funzione fondamentale per un popolo come quello albanese, a lungo alla ricerca della propria identità. Una preziosa tradizione che va, tuttavia, compresa e collocata nel nuovo contesto in cui è ripresa l’attività delle comunità religiose albanesi: uno scenario di forte crisi morale e identitaria generata dalla caduta del comunismo, totalmente diverso rispetto all’inizio del XX secolo durante i quali si misero le basi dello stato albanese. Il passaggio dalla reciproca tolleranza al dialogo interreligioso è la scommessa che si gioca per il futuro dell’Albania, nella speranza che le religioni sappiano contribuire alla costruzione di una nuova società democratica. Per fare questo alle comunità religiose si richiede di abbandonare la logica del ghetto, che dietro ad una maschera di tolleranza cela un misconoscimento dell’altro, non negandone l’esistenza né le differenze, ma auspicando che ciascuno rimanga ciò che è. Solo dialogando insieme si può fare l’esperienza della conoscenza e della comprensione reciproca per diventare protagonisti di una società pluralista in cui le differenti convinzioni possano manifestarsi e confrontarsi su tutte le questioni della vita pubblica.