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Sette considerazioni sull’indipendenza del Kosovo PDF Stampa


La dichiarazione unilaterale di indipendenza pronunciata domenica 17 febbraio 2008 dal Parlamento del Kosovo, già provincia delle Serbia sotto amministrazione UNMIK dal 1999, a seguito della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza ONU, si presta a più considerazioni.

Innanzitutto, il voto di Pristina annuncia la costituzione di un nuovo Stato nel cuore dell’Europa impegnata, come afferma la Dichiarazione Schuman del 1950, nella realizzazione delle “assise della Federazione europea”. Per evitare ulteriori lacerazioni nei Balcani, il Kosovo va rapidamente coinvolto nel processo in corso di superamento della sovranità nazionale esclusiva e di progressiva costruzione delle istituzioni dell’Unione Europea (UE) a sovranità condivisa. In tale ottica, la dichiarazione di indipendenza non può eliminare di per sé il mandato internazionale introdotto dalla 1244. Il superamento della 1244 potrebbe, invece, essere proposto dai paesi UE al Consiglio di sicurezza ONU in presenza di un allargamento a Kosovo, Serbia, Albania, e rimanenti paesi dei Balcani occidentali, che permetterebbe di superare il nodo della sovranità violata della Serbia con l’estensione della cittadinanza europea alle rispettive popolazioni. Diventa pertanto essenziale accompagnare l’allargamento con l’introduzione di una Costituzione federale europea.

In secondo luogo, i paesi europei portano la responsabilità di avere favorito la dissoluzione della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia (ex Jugoslavia) a partire dal riconoscimento in ordine sparso delle secessioni della Slovenia e della Croazia nel 1991. Un’Europa coesa avrebbe dovuto e potuto impedire tale dissoluzione. Essa avrebbe dovuto offrire l’adesione all’UE solo all’intera ex Jugoslavia e subordinarla alla realizzazione di un piano di riforme democratiche e di transizione all’economia di mercato, come è poi avvenuto per l’allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale. Un tale piano avrebbe certamente incontrato l’adesione delle forze democratiche a Belgrado, a Lubiana, a Zagabria, come a Sarajevo, Skopje, Podgorica e Pristina. L’incapacità dei governi europei dell’epoca di fare riferimento ai propri valori e obiettivi condivisi d pace, riconciliazione postbellica e formazione di una società multiculturale, internazionalmente aperta, ha messo in moto un processo di secessioni successive ispirate a presunti principi etnici. Ne sono conseguiti conflitti, distruzioni, violenze e genocidi che rappresentano una ferita aperta nella coscienza europea difficilmente ricomponibile. La dichiarazione di indipendenza di Pristina costituisce, quindi, un punto di arrivo di tale processo perverso che ha solo portato alla costituzione di Stati inefficienti e di protettorati internazionali precari, sorretti dall’assistenza internazionale, terreni di corruzione e di diffuse attività illecite, e destabilizzanti per l’UE stessa.

In terzo luogo, l’assenza di un governo europeo, democraticamente legittimato dal voto a maggioranza del Consiglio e dalla codecisone con il Parlamento europeo per la politica estera e di difesa, impedisce all’Europa di parlare con una voce sola nel mondo e di esprimere una politica evolutiva di pace e di costruzione dell’ordine internazionale, di rafforzamento del ruolo dell’ONU. L’Unione Europea in quanto tale, per il momento, non ha il potere di riconoscere gli Stati, né ha una sua personalità giuridica. Pertanto, data la natura intergovernativa delle decisioni di politica estera, la divisione dei paesi europei si è manifestata ancora una volta con la decisione del Consiglio dei ministri UE del 18 febbraio scorso che lascia liberi gli Stati di “decidere, in aderenza alla  pratica nazionale e alla legge internazionale, sulle loro relazioni con il Kosovo”.

In quarto luogo, per le dette divisioni in politica estera e di difesa, i paesi europei hanno sempre subito l’iniziativa statunitense per la stabilizzazione della regione, compreso l’intervento militare NATO contro la Serbia oppressiva di Milosevic del 1999. Anche nel caso della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, una maggioranza di paesi UE si è adeguata alla volontà di Washington. In tal modo, nonostante l’impegno già adottato dal Consiglio del 14 dicembre 2007 per una missione di polizia e di tutela della legge in Kosovo, hanno anch’essi scavalcato la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza ONU e creato un pericoloso precedente per altre possibili e destabilizzanti dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Ciò rischia di rilanciare i conflitti etnici all’interno della stessa UE, in Bosnia e in altre regioni balcaniche, nel mondo, e di aprire nei Balcani stessi un pericoloso confronto USA - Russia.

In quinto luogo, ai fini della costruzione del futuro, occorre raccogliere la diffusa aspirazione dei giovani balcanici occidentali di diventare cittadini dell’UE. In tale ottica, non sono sostenibili le rivendicazioni della Serbia sul Kosovo, ormai separato da Belgrado dall’intervento NATO del 1999 determinato dalle repressioni di Milosevic. La Serbia non può continuare a fare riferimento per la  propria futura identità europea al valore evocativo dello scontro di re Lazar contro i turchi del 1389 al Campo dei Merli (Kosovo Polje). Se rimane su questa strada, essa va solo verso l’isolazionismo nazionalistico. Allo stesso modo, i kosovari albanesi estremisti non possono perseguitare i kosovari serbi ancora residenti nella loro regione, distruggere le loro abitazioni e i simboli del passato serbo, come i monasteri ortodossi che rappresentano un patrimonio storico-artistico per l’umanità intera.
Per tutte le popolazioni balcaniche, che in passato hanno subito lo scontro tra potenze europee e il dominio ottomano, le devastazioni della II guerra mondiale e delle guerre interetniche del secolo XX, occorre affermare il motto “Uniti nella diversità”, già espresso dalla Costituzione per l’Europa (2004) poi abbandonata dai governi nazionali. La sovranità di uno Stato, ai fini della costruzione di una comunità mondiale pacificata, secondo l’imperativo kantiano, non può legittimarsi sui principi discriminanti di nazionalità, religione, lingua, ma sul patriottismo costituzionale, sull’adesione dei cittadini ai valori costituzionali aggreganti di pace, democrazia, stato di diritto e solidarietà.

In sesto luogo, per superare il presente stato di crisi internazionale e contribuire alla costruzione dell’ordine internazionale, al rafforzamento dell’ONU e allo stesso processo di costruzione europea, è necessario raccogliere subito le indicazioni del Rapporto della Commissione per i Balcani del 2005 (Rapporto Amato) con l’adozione di una “Member State Bulding Strategy”, credibile e condivisa da tutti i paesi dei Balcani occidentali, per una loro rapida adesione all’UE sotto controllo delle autorità comunitarie europee. In questa ottica, avrebbe un grande significato politico una Dichiarazione Schuman di riconciliazione, sottoscritta dai governi della regione, come è avvenuto in Europa con l’iniziativa di Jean Monnet del 9 maggio 1950 e l’avvio di iniziative concrete per costruire un’economia regionale integrata, sana, internazionalmente competitiva. Il Parlamento europeo ha il dovere di affrontare la nuova crisi emersa nei Balcani e di chiedere al Consiglio europeo, presieduto in questi mesi dalla Slovenia, di presentare urgentemente un piano di allargamento in osservanza del suo impegno per una prospettiva europea dei Balcani occidentali.  

In settimo luogo, infine, occorre sciogliere il nodo del governo dell’UE. Il processo europeo, dopo avere introdotto il mercato interno, la moneta unica, la rimozione delle frontiere interne (Schengen), la cittadinanza europea, l’elezione diretta del Parlamento europeo, e la codecisione su molte competenze comunitarie, è giunto alle soglie della Costituzione e della costruzione del governo federale dell’UE. E’ compito dei federalisti europei rilanciare subito la Campagna per il governo e  la Costituzione federale europea e chiedere alle forze politiche di inserire nei loro programmi per le elezioni europee del 2009 l’indicazione del loro candidato alla presidenza della Commissione e l’impegno a chiedere una Convenzione costituente per l’elaborazione di un Trattato costituzionale da sottoporre a ratifica mediante referendum popolare europeo.

Alfonso Sabatino
Torino, 23 febbraio 2008
(inviato a “L’Unità Europea”)


 
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